Il fatto di cronaca: Come raccontato in un articolo di La Repubblica firmato da Salvo Palazzolo, a Palermo un imprenditore si è rivolto al boss mafioso di Terrasini, Giuseppe Valgellini, chiedendogli di uccidere il figlio tossicodipendente, accusato di maltrattamenti in famiglia. Il boss ha rifiutato, giudicando la richiesta inaccettabile, e ha proposto invece di sequestrare il giovane per un periodo. Grazie all’intervento tempestivo della procura, il piano è stato sventato e il ragazzo è stato salvato. L’indagine ha portato all’arresto di diversi membri della mafia locale.
Commento criminologico: Questo caso evidenzia come, in alcuni contesti, la criminalità organizzata venga percepita come un’alternativa alle istituzioni legali. La decisione dell’imprenditore di rivolgersi a un boss mafioso riflette una profonda sfiducia nelle autorità e una pericolosa accettazione della mafia come strumento di “giustizia”.
Il rifiuto del boss di accettare la richiesta di omicidio, motivato più da calcoli strategici che da scrupoli morali, dimostra il pragmatismo della mafia, che valuta ogni azione in termini di rischi e benefici. La proposta di un sequestro come soluzione alternativa sottolinea la brutalità e il controllo che l’organizzazione esercita sulle vite delle persone.
La vicenda mette in luce anche il fallimento di un sistema familiare incapace di affrontare la tossicodipendenza attraverso percorsi di recupero e supporto. La scelta di ricorrere alla violenza trasmette un messaggio devastante: la vita del figlio è sacrificabile, e la criminalità è vista come una soluzione accettabile.
Infine, il ruolo decisivo delle forze dell’ordine in questa operazione dimostra l’importanza di un’azione investigativa efficace per prevenire crimini gravi. È fondamentale promuovere una cultura della legalità e rafforzare la fiducia nelle istituzioni, affinché episodi simili non trovino spazio nella società.
Cosa ne penserebbe Peppino Impastato? Il suo sarebbe stato un grido di dolore, di rabbia e di indignazione. Peppino Impastato avrebbe visto in questa vicenda un’amara conferma di come certe mentalità mafiose continuino a persistere, radicate nella sfiducia nelle istituzioni e nella ricerca di soluzioni che rafforzano il potere della criminalità organizzata. Lui, che ha sacrificato la propria vita per combattere la mafia, avrebbe denunciato senza esitazione questa scelta come un atto che alimenta l’omertà e la dipendenza dal sistema mafioso.
Peppino avrebbe forse detto: “Ogni richiesta alla mafia non è solo un atto di resa, ma un contributo alla sua forza e alla sua sopravvivenza.” Le sue parole immortali, “La mafia uccide, il silenzio pure,” echeggiano ancora oggi come un richiamo urgente: non possiamo rimanere spettatori silenziosi. Dobbiamo agire, parlare, spezzare le catene dell’omertà e costruire una società basata sulla giustizia e sulla legalità, per onorare il suo sacrificio e creare un futuro libero dalla mafia.




